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11 SETTEMBRE 2001: QUANDO SEMBRÒ MORIRE IL MONDO

“Molti paesi vide Zarathustra e molti popoli: così scoprì il bene e il male di molti popoli. Nessuna maggior potenza trovò Zarathustra nella terra del bene e del male. Nessun popolo potrebbe vivere se prima non valutasse; ma, se vuole conservarsi, esso non può valutare come valuta il vicino. Molte cose che per questo popolo erano buone, erano per un altro scherno e ignominia: questo Zarathustra trovò. Molte cose trovò che erano qui chiamate cattive e lì ammantate di purpurei onori. Mai un vicino capì l’altro e sempre la sua anima si stupì per il vaneggiamento e la cattiveria del vicino: una tavola di valori è sospesa su ogni popolo”. 

In un giorno come un altro, di un settembre appena accennato, la morte è discesa dal cielo ad oscurare ogni certezza. 
Può accadere, all’esistenza, di doversi drammaticamente accertare, con la mente confusa e il respiro affannato, che qualcosa è per sempre cambiato: le due torri sventrate dal folle gesto di uomini ottenebrati e perduti; i corpi lanciati, nel vuoto, a cercare un’illusoria salvezza; la nube polverosa a coprire la vita e l’insicurezza a regnare sovrana.
Rimarrà, nella storia, il tragico ricordo di come il mondo, un undici di settembre, esterrefatto si fermò: allibito e impietrito, affranto ma non domo. Resterà, nella memoria, l’immagine cupa e spettrale dell’ammasso di detriti: assurdo cimitero dove anime innocenti, vittime della barbarie terroristica, private dell’umana sepoltura, in eterno giaceranno.
Il resto è orgia mediatica, orfana di vergogna, pietà e pudore: figlia della legge concorrenziale che tutto trita e divora. Ciò che sopravviverà sarà l’ansia dei legami affettivi dissolti; il pianto dei rassegnati a osservare una foto: unico labile ricordo; unico sollievo alla perdita: unico contatto tra la terra e il cielo. Ciò che risuonerà, nel tempo, sarà il silenzio della riflessione spenta, caotico e assente nell’eco del dolore.