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QUANTO VALE LA VITA DI UN OPERAIO IN ITALIA?

Ieri, alla Fiera di Bergamo, nel corso della seconda assise di Confindustria (svoltasi a porte chiuse, senza la presenza della stampa e della politica) entra in sala l’amministratore delegato di ThyssenKrupp in Italia. Parte l’applauso, scrosciante, dei colleghi industriali presenti. Immagino che qualcuno non abbia applaudito, comprendendo il messaggio ambiguo del gesto: tuttavia la minoranza, in quanto tale, non fa testo. Herald Espenhahn raccoglie l’affetto e ringrazia: dopotutto gioca pur sempre in casa. Durante il proprio intervento trova anche il tempo di definire senza senso la sentenza della Corte d’assise di Torino. Una sentenza che ha scosso il mondo imprenditoriale oltre un confine che sembrava invalicabile. 
Emma Marcegaglia, presidente dell’Associazione degli Industriali, ha parlato della condanna al manager tedesco (16 anni e mezzo per omicidio volontario con dolo eventuale) come di un unicum in Europa: un tema che va guardato con molta attenzione. La preoccupazione, tra gli industriali, è elevata. Malgrado tutti i buoni propositi la sicurezza nei luoghi di lavoro, nel nostro Paese, è vista ancora come un costo in eccesso. 

Quell’applauso, in quella sala, ha messo in risalto il pensiero che esistano delle distinzioni tra individui facenti parte la stessa Umanità. Quell’applauso, indirizzato ad un collega appositamente invitato all’incontro, è una vergogna per coloro che rappresentano l’imprenditoria italiana. Quell’applauso, oltre che preoccupante, deve fare riflettere sul valore che vogliamo assegnare alla vita di un essere umano.
Il 6 dicembre del 2007, all’acciaieria Thyssen di Torino, sulla linea cinque, hanno perso la vita, in modo atroce, sette operai. Porre la loro morte sul piatto della crisi occupazionale è un atto che non trova termine adeguato.