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“SULLA SCRITTURA”, OVVERO IL CHARLES BUKOWSKI INEDITO

Chi non conosce Charles Bukowski? Probabilmente pochi, anche se magari fanno finta di non conoscerlo, poiché Bukowski era uno che andava giù pesante quando scriveva, sia col bere sia con le parole; e anche con le donne non scherzava di certo.
D’altronde, il successo editoriale era arrivato tardi, e con esso i soldi,
quindi era necessario recuperare, e non c’era di certo tempo da perdere.

È da poco uscito, per Guanda, “Sulla scrittura“: una raccolta di lettere inedite a editori, amici e scrittori, tra cui Henry Miller, John Fante e Lawrence Ferlinghetti.

Il suono della macchina da scrivere. A volte penso che fosse il solo che volevo sentire. E quel bicchiere, birra e scotch, di fianco alla macchina. E trovare cicche di sigaro, accenderle da sbronzo e bruciarmi il naso. Non era tanto il fatto che stessi cercando di fare lo scrittore. Era fare qualcosa che mi facesse stare bene.

Lo scrittore, per Bukowski, è uno che scrive perché sente la necessità di farlo. Punto. E diffidava di coloro che vogliono insegnare agli altri a farlo, tipo la scrittura creativa.
Troppi scrittori e troppi poeti, e quasi tutti con la puzza sotto al naso. Bukowski, al contrario, aveva esperienza della puzza sociale, e ne andava fiero.
Ecco il motivo del suo odio nei confronti dei “colleghi”, tranne sporadici casi.
Per Louis-Ferdinand Céline , ad esempio, nutriva una sana invidia al limite della devozione.

Il prossimo 16 agosto sarà il centenario dalla nascita dello scrittore, nato nel 1920 in Germania ed emigrato con la famiglia in america all’età di tre anni.
Uomo dai mille lavori, Bukowski, dalle colossali sbronze e fedele scommettitore alle corse di cavalli.

Non voglio dettare regole ma se ce n’è una, eccola: gli unici scrittori che scrivono bene sono quelli costretti a scrivere per non impazzire.