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UN PRIMO MAGGIO ALL’INSEGNA DELLA SPERANZA

Un Primo Maggio all’insegna della speranza, questo al tempo della pandemia: confuso, tra il desiderio di essere la classica festa dei lavoratori e la realtà opprimente di un contagio globale che sta ponendo tutto, ma proprio tutto, in secondo piano.
È la prima volta, dal dopoguerra, che il Primo Maggio, coi suoi lavoratori e i suoi disoccupati, in un mondo occupazionale nel tempo sempre più frammentato, non si festeggia nelle piazze, tra la gente e per il popolo.
Ultimamente, in effetti, col mondo del lavoro sempre più flessibile e precario, l’appuntamento sociale è andato a perdere, di molto, la sua ragione d’essere.<br>Oggi, col Covid-19 che sta ulteriormente smantellando la nostra già fragile economia, la Festa del Primo Maggio dovrebbe sollevare un dibattito immediato sul da farsi per evitare lo sfacelo derivante dall’ulteriore e grave perdita dei posti di lavoro in un Paese che ben prima del Coronavirus era indubbiamente in difficoltà.
Il Governo sta lavorando in tal senso, ma servono leggi adeguate per risollevare gli imprenditori onesti – di grandi e piccole attività – dalla crisi, permettendogli di ottenere nell’immediato le risorse economiche necessarie al salvataggio delle aziende, ma anche di consentirgli di continuare l’attività con il minore impatto fiscale possibile e un costo del lavoro che non sia d’ostacolo, come lo è una burocrazia paradossale e insostenibile.
Anche certi istituti finanziari dovrebbero diventare più umani, evitando di speculare sul disagio di coloro che sono veramente in difficoltà e aiutandoli con coscienza e serietà professionale.
Sarebbe un bel gesto che eviterebbe, una volta tanto, che lo sventurato di turno si consegni, con una mano davanti e l’altra dietro, all’usuraio di turno.
Buon Primo Maggio a tutti, con l’augurio che il mondo possa diventare davvero un bel posto in cui vivere, senza farsi la guerra un giorno sì e l’altro anche, magari anche approfittandosi un po’ del Covid-19, anche se a quest’ultimo non gliene può fregare men che meno.